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mercoledì 31 dicembre 2014

Part time? Vietato!





E' uscito qualche settimana fa un post sul blog sempre molto interessante di Bagnai da cui estraggo questo passo

"Sempre nel 1997, tanto per dire, io ero reduce (da un paio d’anni, a dire il vero) da una lunga esperienza transalpina, dove avevo avuto modo di osservare un mercato del lavoro (e un sistema previdenziale, ecc.) radicalmente diverso dal nostro. Tanto per farvi capire, uno dei miei amici era un funzionario del Ministero della Giustizia svizzero, che aveva chiesto e ottenuto un part-time perché si voleva diplomare da baritono. Di fronte a me avevo un’assunzione a tempo pieno, nella quale nemmeno volendo avrei potuto chiedere un part-time per dedicarmi a quel cibo che solum è mio, certo non dei “diversamente”, nemmeno in un periodo nel quale noi già riuscivamo a vivere con il part-time di Roberta, che le fruttava 1400000 lire, equivalenti a ben più di 1400 euro attuali! No: io ero full-time per forza, così come, di converso, oggi, molti sono part-time per forza, e non per scelta. Vogliamo dirlo che una flessibilità buona esiste? Be’, tanto se non lo dico qui, l’ho scritto nel mio ultimo libro. Per me, nel 1997, un mercato del lavoro nel quale io avessi potuto adempiere con disciplina e onore il mio dovere verso lo Stato per metà del tempo, e per l’altra metà farmi i fatti miei, sarebbe stato un progresso. Nel 2014, un mercato del lavoro nel quale chi vuole lavorare full-time può farlo, purché non si faccia assumere full-time e si faccia pagare come un part-time, è evidentemente un regresso."

Di fatto è quello che ho sempre osservato nelle aziende in cui ho lavorato: il part time è visto da sempre come il fumo negli occhi ed è appena appena tollerato per livelli bassi, mentre è considerato una bestemmia per i livelli medio alti. Un paio di volte l'ho anche chiesto ufficialmente, perché volevo dedicarmi ad attività parallele nel rimanente tempo, e c'erano anche le condizioni interne perché ciò potesse risolvere dei problemi organizzativi, eppure in entrambi i casi mi è stato risposto picche, la seconda volta con argomentazioni che sembravano davvero una supercazzola ("Se ti concediamo il part time, ti pagheremmo praticamente lo stesso, ma ti avremmo meno tempo").

Questo anche se il part time sarebbe una pratica, quando scelta volontariamente, che darebbe vantaggi a tutte le parti coinvolte. Sarebbe un bene per l'occupazione, perché si potrebbero abbinare part time diversi per coprire il volume di lavoro, sarebbe un vantaggio per le famiglie, perché molte volte si potrebbe coordinare meglio gli impegni lavorativi e familiari, sarebbe un vantaggio per il dipendente che lo chiede, che spesso ha una qualità di vita molto maggiore se gli venisse concesso e magari sarebbe anche più produttivo nel tempo che è in azienda, e infine sarebbe un vantaggio per l'azienda, perché avrebbe una fidelizzazione e concederebbe una grossa gratificazione ai dipendenti che lo vogliono senza dover dare aumenti di stipendio.

Eppure questa pratica, soprattutto in Italia, non decolla: perché?
Io sono convinto che sia di fatto un dogma aziendale senza senso come tanti altri presentati in questo blog: mi piacerebbe sbagliarmi, ma di fatto nessuna azienda o nessuno studio ha mai dato argomentazioni verosimili del contrario.

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