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martedì 18 marzo 2014

L'azienda contro la vita di relazione




Caro Dipendente Riluttante,
torno a raccontarti malinconici episodi della mia vita aziendale.

Qualche giorno fa ho avuto un colloquio con la responsabile del personale, perché l’azienda ha deciso di dotarmi di un telefono aziendale (con mio sommo rammarico). Mentre mi presentava le condizioni di utilizzo, mi ha detto che mi era consentito effettuare anche telefonate personali, senza bisogno di inserire codici e questo veniva fatto perché l’azienda capiva la mia disponibilità e mi veniva incontro con questo vantaggio.
Bene, ho pensato, una volta tanto un’azienda comprende che nei rapporti personali e sociali in genere non si può solo pretendere, ma occorre anche concedere, soprattutto fiducia.
Subito dopo la responsabile ha aggiunto che del resto “ormai nella nostra vita gli unici contatti che si hanno sono quasi tutti lavorativi, guardi me, io le uniche telefonate a persone al di fuori dell’ambiente di lavoro che effettuo sono quelle ai miei genitori una volta per settimana.”

La cosa triste era che questa affermazione di fatto descriveva una vita solitaria e priva di relazioni. Per di più questa considerazione, che ai miei occhi costituiva l’ammissione del fallimento di una vita, soprattutto detta da una donna di mezza età, che nella mia considerazione è sempre il fulcro della vita di relazione, non era espressa in maniera sofferta nel corso di una triste analisi, ma era detta con soddisfazione e orgoglio. Sentivo finalmente con le mie orecchie quello che per anni avevo sempre intuito: la mentalità aziendale non solo non facilita le relazioni personali di tipo disinteressato (affetti, amicizie, solidarietà), ma addirittura le considera inutili e forse addirittura dannose, tanto da indurre un tono di fierezza in coloro che se ne sono liberati.
Questo ha ancora di più inferto un colpo durissimo al mio morale, già incrinato dai tanti episodi degli ultimi anni.

Un solitario saluto



                                                                                 Il Dipendente Disilluso

5 commenti:

  1. che amarezza :-)

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  2. tristezza davvero.....
    io riesco altresì' a lavorare meglio in azienda da quando mia moglie non ci lavora più'....mia sorella segue l'ufficio ed io la produzione e i miei genitori all'estero.....
    haime' succede anche questo...

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  3. "Per di più questa considerazione, che ai miei occhi costituiva l’ammissione del fallimento di una vita, soprattutto detta da una donna di mezza età", ma quanti stereotipi pur di portare acqua al mulino delle proprie convinzioni... e se a questa donna andasse benissimo avere solo contatti lavorativi per i motivi più disparati della sua esistenza? Ma che ne sai tu della vita delle persone? Se la vita in azienda non ti piace, cambiala. Inutile sparare giudizi sugli altri e sul sistema, puoi cambiare la tua di vita, non stare a giudicare gli altri. Think out of the box.

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  4. Può darsi che sia vero quello che dici, può darsi che quella donna fosse felice così, ma se leggi bene ciò che ho scritto vedrai che sostenevo che quelle che riportavo erano le sensazioni che il lettore che aveva scritto questo post provava in quella ammissione ("ai miei occhi").
    In ogni caso il punto non era se quella donna era più o meno felice, ma il fatto che l'azienda vuole dedizione totale e per questo si pone in contrapposizione con le relazioni sociali e famigliari.
    Di solito la felicità delle persone si realizza mediante relazioni vive e prolifiche, anche se questo può non essere la regola, sicuramente è qualcosa di molto diffuso.

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  5. In ogni caso, va bene il relativismo entro certi limiti, ma sostenere che una persona può essere felice, vivendo una vita solitaria mi sembra davvero esagerato. L'essere umano per essere felice ha bisogno di una ricca vita relazionale, e questo a causa di come siamo fatti. Poi naturalmente molte persone possono scegliere strade diverse per tanti motivi, anche se io dubito che queste strade portino a una vera felicità: l'unica parte interessante del film "Into the wild" era proprio la consapevolezza che la "felicità è tale solo se è condivisa".
    Ma il punto del post era che in questi casi la vita solitaria non è una libera scelta priva di condizionamenti, ma il risultato di forzature da parte di una organizzazione, che proprio perché fa delle forzature che vanno in contrasto con la realizzazione della felicità della stragrande maggioranza delle persone ha in se qualcosa di deviato.

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