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lunedì 24 novembre 2014

Di nuovo online




 
Dopo un po di tempo che il blog era stato oscurato per problemi vari (di lavoro, logistici e di privacy) ora torna online.
Spero di riuscire a interessare i lettori attenti (o stanchi) alle strane dinamiche aziendali.

giovedì 19 giugno 2014

La ricerca della felicità

 
 
Dedico un post al seguente scambio di commenti, che mi sembra valga la pena evidenziare perché fa scaturire un dibattito interessante.
 
Anonimo ha lasciato un commento su L'azienda contro la vita di relazione
 
"Per di più questa considerazione, che ai miei occhi costituiva l’ammissione del fallimento di una vita, soprattutto detta da una donna di mezza età", ma quanti stereotipi pur di portare acqua al mulino delle proprie convinzioni... e se a questa donna andasse benissimo avere solo contatti lavorativi per i motivi più disparati della sua esistenza? Ma che ne sai tu della vita delle persone? Se la vita in azienda non ti piace, cambiala. Inutile sparare giudizi sugli altri e sul sistema, puoi cambiare la tua di vita, non stare a giudicare gli altri. Think out of the box.
 
Caro Anonimo, può darsi che sia vero quello che dici, può darsi che quella donna fosse felice così, ma sostenere che sia uno stereotipo pensare che probabilmente una persona non è felice se vive una vita solitaria mi sembra davvero esagerato. Va bene una certa dose di relativismo, ma l'essere umano normalmente per essere felice ha bisogno di una ricca vita relazionale, e questo a causa di come siamo fatti. Poi naturalmente molte persone possono scegliere strade diverse per tanti motivi, anche se io dubito che queste strade portino a una vera felicità: l'unica parte interessante del film "Into the wild" era proprio la consapevolezza che la "felicità è tale solo se è condivisa".
Ma il punto del post era che in questi casi la vita solitaria non è una libera scelta priva di condizionamenti, ma il risultato di forzature da parte di una organizzazione, che proprio perché fa delle forzature che vanno in contrasto con la realizzazione della felicità della stragrande maggioranza delle persone ha in se qualcosa di deviato.

giovedì 12 giugno 2014

La competitività



Qualche tempo fa ho visto un bel dibattito a Uno Mattina, fra il Professor Bagnai e un professore aziendalista della Luiss.
A un certo punto quest'ultimo tira fuori le solite belle metafore sportive per inneggiare alla competizione e alla necessità di “competitività”. “L’asticella”, quel bel linguaggio vibrante della gara sportiva, quel "vinca il migliore" per incoraggiare la sana competizione e far emergere i più bravi, come la vedono gli economisti alla Zingales.
Solo che, diversamente da quanto avviene alle Olimpiadi, nella vita o in azienda chi non vince la gara non si limita a perdere per poi provare a vincere la volta successiva, ma viene ridotto in miseria,  umiliato o messo ai margini.
E a me questa idea di società come perpetua competizione tra tutti, anche con le migliori regole, ipotesi già di per sé ottimistica e utopica, ricorda tanto una versione appena ritoccata della legge della giungla.

venerdì 30 maggio 2014

L'azienda totale


Tempo addietro avevo letto una serie di lavori scritti assieme di Marino Badiale e Massimo Bontempelli, (per esempio questo e questo) in cui avevo trovato il concetto di “capitalismo assoluto”:  il fatto cioè che negli ultimi decenni la logica capitalistica del profitto si è estesa all'intero ambito sociale. Riporto un passaggio tratto da “La Sinistra rivelata”, che sintetizza questi concetti:

“Si tratta della completa pervasività sociale del capitalismo storico (…) ogni aspetto della società umana, compresi i corpi biologici degli individui e i caratteri della loro personalità, viene sussunto sotto il capitale come materia della produzione capitalistica (…). Chiamiamo capitalismo assoluto il capitalismo storico che è penetrato in ogni poro e in ogni profondità della vita umana associata. Esso è assoluto perché la sua logica di funzionamento regge completamente ogni ambito della vita, senza più lasciare alcuna autonomia di scopi e di regole ad altre istituzioni. L'azienda, cioè l'istituzione che promuove la produzione e la circolazione della merci in funzione del profitto, diventa allora non più soltanto la cellula del sistema economico, ma l'alfa e l'omega della società, perché la società è diventata una società di mercato, in cui ogni bene pubblico è stato convertito in bene privato, e ogni bene privato in merce. Di conseguenza ogni istituzione viene concepita come azienda, persino l'ospedale, persino la scuola, e persino l'intero paese, che non è più nazione, ma azienda, l' “azienda-Italia”.
(M.Badiale-M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari editore, pagg.171-172)”

Inutile dire che posso solamente assistere con timore e preoccupazione a questa prospettiva, in quanto innanzitutto sono convinto che ci sono molti ambiti in cui non deve essere prioritaria la logica del profitto (anzi forse questi ambiti sono preponderanti), ma in secondo luogo perchè, viste le follie che regnano in azienda tremo al pensiero di vederle trasposte in ogni ambito della società.

mercoledì 21 maggio 2014

Donne come uomini in azienda


 

Ne avevo parlato in questo post, ma ora arriva una conferma in questo interessante articolo sul sito di Bianco Lavoro in cui si riportano indagini su un campione statistico.

Una donna-mamma che lavora non può fare carriera.
Ben il 68% delle intervistate pensa che non sia possibile fare carriera se si vuole essere una buona madre. Bisogna sacrificare le proprie ambizioni lavorative se si vuole aver cura dei figli e seguirli nella crescita. Il 67% di loro sostiene inoltre che non sia possibile proporre ai propri superiori soluzioni in grado di andare incontro alle loro esigenze di work-life balance: rifiutarsi ad esempio di partecipare alle riunioni serali significa tagliarsi fuori da ogni possibilità di avanzamento professionale.
Il mondo del lavoro impone di vivere da uomo e questo non è possibile.
Ben il 77% delle donne che hanno partecipato al sondaggio sostiene che per avere successo nel mondo del lavoro bisogna comportarsi come un uomo e rinunciare alla propria parte femminile, per natura più assertiva e conciliante. Le donne inoltre devono fare i conti con una fase molto importante della loro vita, la maternità. Il 68% delle intervistate ritiene inevitabile sacrificare il lavoro per dare priorità alla gravidanza prima e alla maternità dopo e il 58% preferisce lasciare il lavoro piuttosto che pagare una baby sitter per i figli.
Sono contento che le mie osservazioni empiriche dall'interno siano confermate da un'indagine oggettiva, che contraddice tutto ciò che viene invece affermato dalle aziende nei loro discorsi e nei loro slogan.