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venerdì 20 settembre 2013

Aziende metalmeccaniche e orari flessibili, il diavolo e l'acqua santa







Torniamo sulle idiosincrasie legate al controllo che vigono soprattutto nelle aziende metalmeccaniche.

Ci sono studi, esperienze, articoli che dimostrano oltre ogni dubbio che dare ai dipendenti tutta la libertà e la flessibilità possibile, senza mettere controlli inutili, contribuisce in maniera fondamentale alla soddisfazione dei dipendenti stessi.
Avere maggiore flessibilità e poter così conciliare meglio vita personale e lavoro, ma anche poter in questa maniera condividere gli spostamenti con altri, ha un valore elevatissimo per il dipendente e per questi vantaggi quasi tutti sarebbero anche disposti a guadagnare qualcosa in meno perché vuol dire migliorare la qualità della propria vita. L’azienda quindi avrebbe anche lei grandi vantaggi nel concedere tutta la flessibilità possibile perché in questa maniera potrebbe mantenere retribuzioni leggermente più basse e potrebbe spendere meno tempo, strumenti e lavoro di persone per tenere sotto controllo tutti limitandosi a evitare gli eccessi (cosa molto più facile).
Eppure in tutte le aziende in cui ho lavorato, la flessibilità era molto limitata e sottoposta a limiti, autorizzazioni, controlli e quindi di fatto non esisteva.

Le aziende metalmeccaniche, ma credo quelle manifatturiere in genere, ce l’hanno scritta nel DNA e non riescono a farne a meno, anche quando è dimostrato che è controproducente in molti contesti di lavoro.
Credo che ciò derivi dal retaggio di avere a che fare con fabbriche e linee di produzione: ovviamente la flessibilità in una linea di produzione è una cosa che deve essere per forza molto limitata perché il lavoro in quel contesto deve essere scandito con estrema precisione e gli operai sono collegati uno con l’altro. In più tradizionalmente in questi contesti i capi devono controllare che l’operaio lavori in quantità e qualità fino a pensare che se il capo non è presente il dipendente di sicuro non lavora bene. Probabilmente questi atteggiamenti hanno ragione di esistere o sono spiegabili in quei contesti, però io credo che diventano incongruenti quando vengono applicati ad attività diverse e addirittura possono diventare dannosi perché creano disagi, insoddisfazioni e addirittura tolgono la possibilità di utilizzare leve di motivazione dei dipendenti diverse dalla retribuzione.

Ma perché avviene questo? Possibile che le Risorse Umane di queste aziende non riescano a discriminare le situazioni e ad applicare le giuste tecniche? Possibile che non sappiano di tutte gli studi sui vantaggi di flessibilità o telelavoro, quando possono essere applicati?
Sono ignoranti, perché non conoscono questi studi motivazionali, o sono incompetenti, perché li conoscono ma non li applicano per strani motivi o semplicemente per resistenza a cambiare mentalità?
E’ qualcosa che mi chiedo da anni senza avere mai ottenuto una spiegazione

venerdì 6 settembre 2013

Venerdì informali


 

Riprendiamo dopo le vacanze estive, che come sempre danno un po' di sollievo dalle follie aziendali, ma il sollievo come ogni anno è breve e già mi rendo conto che uso il termine vacanze per dissociarmi anche solo in questo dall’azienda in cui viene utilizzato, questa volta giustamente, il termine ferie.
 
Comunque in questi giorni in vacanza parlavo con amici che condividono il mio destino di dipendenti di azienda ed era emersa un’altra simpatica usanza che vige in alcuni di questi ambienti e che mi sembra che come sempre derivi dalla abitudine innata che vige in azienda di concentrarsi più sulla forma che sulla sostanza soprattutto se la forma è appariscente.
In molti ambienti di lavoro aziendali infatti vige l’abitudine, soprattutto per gli uomini, di adottare uno stile di abbigliamento molto formale, più o meno elegante, a seconda dei gusti, ma quasi sempre con l’obbligo di indossare giacca e cravatta in tutte le occasioni.

Io non sopporto per niente questo tipo di abbigliamento, soprattutto non sopporto di doverlo adottare sempre anche in giornate in cui magari devo lavorare da solo alla scrivania, ma fortunatamente ho sempre lavorato in ambienti in cui quest’obbligo era poco o per niente applicato e di fatto ho sempre potuto ignorarlo e andare al lavoro con abbigliamento normale, a meno di non avere occasioni che mi facessero pensare che era meglio vestirsi diversamente (riunioni con ospiti esterni, visite, convegni etc.).
Eppure so che queste sono eccezioni e persino che a volte io ho ignorato quello che era un po’ la tendenza generale: in molti ambienti questo obbligo è abbastanza sentito anche se spesso in molte occasioni non sarebbe necessario, spesso è scomodo e sicuramente anche molto più costoso.
Però all’azienda piace questo ambiente formale che da un’idea esteriore di grande professionalità e chiaramente qualcosa che dà un’idea esteriore senza necessità che dietro ci sia una sostanza è per l’inclinazione aziendale irresistibile come il miele per le api.

Ma molte aziende non si accontentano di questa imposizione vuota di significato e in esse vige il cosiddetto Venerdì informale o, come chiaramente si preferisce dire in azienda, Undressed Friday. Questa fantastica idea consiste nel consentire e a volte imporre che il Venerdì si vada al lavoro vestiti informalmente, spesso anche sciattamente.
La cosa fantastica e che anche questa abitudine prescinde dall’utilità: se si hanno occasioni formali che cadono di Venerdì si va lo stesso vestiti informalmente, ma allora sarebbe meglio sdoganare l’abbigliamento informale e pretendere giustamente una maggiore formalità quando le occasioni lo richiedono: che significato ha che il Venerdì le regole cambino? Cos’è l’ora d’aria o un altro modo per separare vita esterna da vita lavorativa marcando il confine fra il fine settimana e il resto dei giorni con questa specie di terra di nessuno?

Difficile dirlo, ma certo nei fatti è un ennesimo delirio aziendale collettivo.  

 






 

domenica 11 agosto 2013

Internet in azienda? Un "benefit"




 



Nei precedenti post accennavo al fatto che soprattutto nelle aziende manifatturiere esiste una mentalità ancora fortemente legata alla volontà di controllare i dipendenti, retaggio della linea di produzione, anche quando questi dipendenti non sono più legati alla produzione e le attività che svolgono sono difficilmente controllabili e quantificabili. Inoltre esiste una tendenza all’attribuzione di benefici legati alla posizione gerarchica.

Nel suo ruolo di Dipendente Riluttante dovrebbe fra le altre cose recepire dall’esterno informazioni, richieste, obblighi e in generale tutto ciò che può influire sui prodotti dell’azienda e, dopo averle elaborate dovrebbe comunicarle all’interno per migliorare l’offerta dell’azienda.
Ovviamente al giorno d’oggi per far ciò uno strumento indispensabile, oltre alla presenza fisica all’esterno, è internet. In quest’ultimo ambiente i social networl, i forum, i blog sono importantissimi e fra essi nel mondo professionale uno dei più importanti è Linkedin attraverso il quale si possono instaurare relazioni con persone di ditte concorrenti per scambiarsi informazioni, con fornitori, o anche con potenziali clienti e utenti.

Perfetto, quindi, se non fosse che all’azienda metalmeccanica il fatto che una “maestranza” possa vagare su questo territorio senza filtri e controlli non piace, anche se dall’altra parte chiede autonomia e iniziativa cose che lei definisce in aziendalese “proattività”: ora tutti capiscono che autonomia e controllo formano un ossimoro nel caso migliore, ma di questo l’azienda non riesce a rendersi conto e a liberarsi di una mentalità oramai vecchia di decenni.
Quindi in molte aziende metal meccaniche la navigazione è limitata, con filtri con logiche non molto comprensibili, ma soprattutto Linkedin è interdetto a tutti che non siano quadri o dirigenti (che non è detto che siano quelli per cui sarebbe più utile).

Il Dipendente Riluttante, vedendo da casa che su Linkedin ci sono discussioni che sarebbe utilissimo seguire che sono anche dei contesti in cui si potrebbe esercitare un’opera di influenzamento verso potenziali utenti dei prodotti della sua azienda, prova a chiedere l’accesso, portando un esempio concreto (perché non si pensi che lo chiede per altri motivi, per cui del resto non ha problemi ad utilizzarlo da casa).
Di fronte a queste motivazioni incontrovertibili ecco la risposta dell’azienda per bocca della responsabile dei servizi informatici.

2013/8/8 dipendente.riluttante@gmail.com

Ciao Federica,
ti inoltro un paio di commenti in una discussione su un gruppo di Linkedin a cui sono iscritto.

In questo caso il tema sono …., ma altre volte ci sono discussioni su altri temi …altrettanto interessanti che sarebbe utilissimo seguire perchè vi partecipano di solito professionisti del settore e quindi è un importante mezzo per capire l'andamento del mercato. Sarebbe anche utile in certi casi intervenire per fornire chiarimenti quando si tratta di argomenti su cui si hanno informazioni e in questa maniera promuovere anche i nostri sistemi e l'azienda.

Purtroppo però io, come altri colleghi, non abbiamo l'accesso a Linkedin e perciò volevo chiedere se era possibile averlo, sempre dopo l'approvazione di Andrea che ci legge in copia.

Ciao e grazie

 

    Dipendente Riluttante

 
Il giorno 08 agosto 2013 16:44, Federica ha scritto:
Ho sentito Risorse Umane ma poichè aprirlo significa farlo per tutti non si può fare.
Mi spiace
Ciao
Federica

  
2013/8/8 Dipendente Riluttante
Va bene, ma perdiamo un'ottima occasione di confronto e di informazioni che ho ampiamente argomentato.
Non capisco però perchè non si abilitare l'accesso solo ad alcune persone: mi risulta che sia già così perchè quadri e dirigenti hanno l'accesso.
Comunque non capisco, ma mi adeguo.
Ciao e grazie
Dipendente Riluttante
 
 
 
Il giorno 08 agosto 2013 16:44, Federica ha scritto:
Appunto è per gruppo e non per persona
Ciao
Federica
 
....e quindi in definitiva, nel fantastico mondo dell'azienda, internet non è uno strumento di lavoro che viene affidato ai dipendenti che lo devono utilizzare, ma un privilegio gerarchico che viene elargito secondo il grado....
Mah!
 
 

 

martedì 6 agosto 2013

Gerarchia aziendale






Vecchia, ma sempre molto divertente e....reale!

IL PRESIDENTE
Scavalca i grattacieli in un sol balzo.
È più potente di una locomotiva.
È più veloce di un proiettile.
Cammina sulle acque.
Da suggerimenti a Dio.

L’AMMINISTRATORE DELEGATO
Scavalca edifici con un sol balzo.
È più potente di un locomotore di manovra.
È veloce come un proiettile.
Cammina sulle acque se il mare è calmo.
Parla con Dio.

IL DIRETTORE GENERALE
Scavalca edifici di qualche piano con la rincorsa.
È potente quanto un locomotore di manovra.
È veloce quasi quanto un proiettile.
Cammina sull’acqua di una piscina coperta.
Può parlare con Dio se viene approvata una specifica richiesta.

IL DIRETTORE MARKETING
Può talvolta saltare le capanne con una lunga rincorsa.
Perde solo dopo una strenua lotta con un locomotore di manovra.
Può sparare un proiettile.

Nuota bene.
Viene occasionalmente interpellato da Dio.

IL RESPONSABILE PRODUCT MANAGER
Lascia profondi segni sui muri quando tenta di saltare i palazzi.
Viene travolto di solito dai locomotori di manovra.
Può talvolta maneggiare armi senza ferirsi.
Può nuotare in piscine coperte poco profonde.
Parla con gli animali.

IL PRODUCT MANAGER
Entra negli edifici.
Riconosce una locomotiva due volte su tre.
Può maneggiare solo armi scariche.
Sta a galla con il giubbotto di salvataggio.
Parla con i muri.

L’IMPIEGATO
Inciampa sui gradini quando tenta di entrare negli edifici.
Talvolta dice: “guarda, il ciù-ciù!”.
Si bagna con la pistola ad acqua.
Sa evitare di affogare nelle pozzanghere.
Mugugna fra se.

IL DIRETTORE DEL PERSONALE
Solleva gli edifici e cammina sotto di essi.
Fà deragliare le locomotive.
Afferra i proiettili con i denti e li mangia.
Gela l’acqua con un solo sguardo.
E’ DIO.

mercoledì 31 luglio 2013

La teoria del bravo meccanico






Ricevo una nuova testimonianza dalla Dipendente Recalcitrante che pubblico volentieri, perché ci introduce a un argomento che vorrei trattare in prossimi post.

Caro Dipendente Riluttante,
vorrei confrontarmi con te su quella che chiamo “La teoria del bravo meccanico”.

Sicuramente tu possiedi un’automobile e non essendo meccanico, ti capiterà di rivolgerti a un’officina.
La tua è una bella auto, diciamo “performante” come direbbero in azienda. Questa auto ti serve negli spostamenti quotidiani (lavoro, spesa, famiglia) e hai bisogno che sia sempre funzionante. Diciamo H24, sempre per parlare in “aziendalese”. Periodicamente ti rivolgi a una officina, fai il tagliando, controlli le gomme, il livello dell’olio. Esegui quelle piccole manutenzioni periodiche che mantengono il veicolo in buone condizioni e ti assicurano un’efficienza H24. E’ fondamentale l’intervento del meccanico, che la sottopone a tutte le verifiche del caso, i test e si cura che tutte le parti siano funzionanti. Il meccanico è una persona competente e disponibile. Se succede un guasto improvviso all’auto, lo chiami e lui si precipita in aiuto. Se non lui personalmente, interviene un Servizio di soccorso stradale o Carroattrezzi convenzionato. Nessuno si sognerebbe di girare con il meccanico sempre a bordo del veicolo perché “se poi succede qualcosa?”. Il meccanico lavora comodamente nella sua officina e quando hai bisogno di lui è sufficiente una telefonata perché lui si attivi intervenendo personalmente o contattando servizi associati. Credo che nessuna persona si porti perennemente in auto un meccanico, ma potrei sbagliarmi.

Ora immaginiamo che l’auto performante con disponibilità sulle H24 sia il Sistema Informatico di un’azienda. Quell’insieme di servizi ormai vitali per qualsiasi impresa, come la posta elettronica, la navigazione internet, il centralino telefonico, database e applicazioni nonché i computer di tutti i collaboratori (Con un facile esercizio di immaginazione è possibile adattare la teoria del bravo meccanico ad altri reparti in azienda)
Io sono il meccanico. Io mi occupo di fare la manutenzione necessaria affinché tutta l’infrastruttura funzioni. Essendo un bravo meccanico la mia “auto informatica” non si ferma per strada gettando tutti nel panico, perché mi preoccupo per tempo della manutenzione, del tagliando, eccetera.  Sorprese e incidenti possono comunque verificarsi e di fronte a questi intervengo personalmente o contattando chi potrà risolvere il guasto, esattamente come un bravo meccanico. Con una sola differenza: io non posso stare nella mia comoda officina.
Io sono il meccanico che l’azienda vuole sempre tenere a bordo del veicolo anche se il veicolo si guasta raramente! Su questo “raramente” le aziende adorano quantificare con statistiche e con fantasiosi SLA (che per fortuna non sono una malattia, ma un semplice insieme di indicatori concordati che misurano il livello di servizio e aiutano nel monitoraggio del servizio stesso). Quindi l’azienda che sa quantificare il “raramente” può facilmente stabilire che la mia quotidiana presenza in ufficio è spesso inutile.

L’azienda potrebbe felicemente liberare la mia scrivania e sottoscrivere un abbonamento ADSL concedendomi il temutissimo TELELAVORO, ma per farlo deve superare una delle sue più ataviche paure. Questa forma di lavoro su cui unanimemente tutti concordano nel sostenere che può garantire vantaggi per tutti: aziende, dipendenti, famiglie, società, di fatto invece è lo spauracchio di molte imprese che hanno la paura folle che il dipendente non lavori, aspetto irrazionale perché il dipendente che non lavora può farlo tranquillamente anche in ufficio. In questo caso però la paura è ancora più immotivata perché portarsi un meccanico sempre in auto per paura dei guasti improvvisi non significa farlo lavorare! E’ un meccanico: lavora se si guasta qualcosa! Se la manutenzione è fatta con regolarità, il lavoro sarà poco pur restando che deve essere disponibile e pronto a intervenire.
Io vorrei stare in ufficio il tempo che serve, il tempo realmente necessario. Il resto da casa , anzi da REMOTO, parola quasi disprezzata dalle Risorse Umane. Se l’utilizzo della definizione ”Home Office”  rassicura l’Entusiasta Responsabile delle Risorse Umane che immagina lo scrupoloso dipendente svolgere la mansione seduto al tavolo di casa come fosse una scrivania, l’utilizzo della definizione “da remoto” apre scenari ben più vaghi e terrificanti quali spiagge, barche a vela, baite di montagna. Il dipendente potrebbe essere ovunque nel mondo … e potrebbe anche restarci se il lavoro che svolge da ovunque nel mondo è un lavoro fatto bene e di qualità! O no?

No. Il piantone è molto apprezzato in azienda. L’importante è esserci! Non importa a fare cosa, l’importante è accumulare il maggior numero di ore di piantone e fingersi sempre occupati o meglio ancora sovra-occupati se vogliamo riscuotere un sicuro successo aziendale!  Dal mio punto di vista, un meccanico sempre occupato potrebbe anche voler dire che lavora male. Immagina di entrare in una officina sempre piena di auto guaste. Si potrebbe pensare che ha troppi clienti e che lavorando in fretta trascuri i dettagli e non svolga un lavoro approfondito, con il rischio che a una prima riparazione ne possano seguire altre entro poco tempo. Oppure si potrebbe pensare che non sa pianificare al meglio i tempi delle riparazioni e l’auto verrà riparata chissà quando, con ritardi sistematici.

Al contrario immagino un meccanico ben organizzato, tranquillo, magari abbronzato,  che pianifica un sano “tempo morto” tra le attività (o il responsabile dovrebbe prevedere questo spazio) per alzare la testa dal quotidiano affanno e apprendere qualche nuovo strumento che gli consenta di essere più efficace-efficiente, che gli consenta di esplorare nuovi orizzonti. Ma questa è un’altra storia …
 
Un caro saluto

La Dipendente Recalcitrante