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martedì 30 dicembre 2014

Mimetismi aziendali





Il Dipendente Riluttante, anche se lavora in azienda da anni, non è mai riuscito a mimetizzarsi completamente. La maggior parte delle volte quasi ci riesce, ma c'è una cosa di cui non è mai stato capace ed è forse una di quelle più importanti e che per questo gli ha causato spesso screzi coi suoi superiori.
In azienda, ed egli lo sa bene, è necessario spesso saper far finta di lavorare: come tutti imparano dopo pochissimo tempo, nei momenti di stanca, che esistono in qualsiasi attività, in azienda non si deve mai dire di aver poco da fare o anche semplicemente rallentare un po', ma occorre fingere di continuare a lavorare come sempre. Questo anche il Dipendente Riluttante lo ha capito benissimo e riesce anche discretamente ad adattarsi, ma quello che non gli è mai riuscito è l'evoluzione ultima di questo comportamento: ormai non basta più fare finta di svolgere attività a ritmo normale anche in giorni in cui il lavoro è invece fermo, ora bisogna saper ostentare di essere assolutamente pieni e stracarichi di impegni inderogabili, anche quando invece si avrebbe poco da fare.
Un dipendente modello simula stress, anche mentre sta giocando al solitario sul pc e questo è forse il motivo principale per cui il Dipendente Riluttante non è mai riuscito a diventarlo.

mercoledì 17 dicembre 2014

Supercazzole aziendali







Messaggio su Linkedin

Buongiorno,
vorrei aggiungerti alla mia rete perchè sto cercando di portare avanti un progetto di referral marketing, nella provincia di Vicenza, costituendo un gruppo di professionisti e imprenditori.
Ti potrebbe interessare?


Federica Freddi-Assistant Director


Sarà forse perché il Dipendente Riluttante è da sempre stato affascinato dagli approcci tipo "De Bello Gallico", quello che comincia con "Gallia est omnis divisa in partes tres" e questo perché è l'archetipo del metodo di cominciare un argomento dall'inizio dando tutte le spiegazioni necessarie, però certo ricevere su Linkedin un invito di questo genere non può che lasciarlo molto perplesso perché oltre a essere agli antipodi dall'incipit di Giulio Cesare, assomiglia spaventosamente a una supercazzola.

lunedì 24 novembre 2014

Di nuovo online




 
Dopo un po di tempo che il blog era stato oscurato per problemi vari (di lavoro, logistici e di privacy) ora torna online.
Spero di riuscire a interessare i lettori attenti (o stanchi) alle strane dinamiche aziendali.

giovedì 19 giugno 2014

La ricerca della felicità

 
 
Dedico un post al seguente scambio di commenti, che mi sembra valga la pena evidenziare perché fa scaturire un dibattito interessante.
 
Anonimo ha lasciato un commento su L'azienda contro la vita di relazione
 
"Per di più questa considerazione, che ai miei occhi costituiva l’ammissione del fallimento di una vita, soprattutto detta da una donna di mezza età", ma quanti stereotipi pur di portare acqua al mulino delle proprie convinzioni... e se a questa donna andasse benissimo avere solo contatti lavorativi per i motivi più disparati della sua esistenza? Ma che ne sai tu della vita delle persone? Se la vita in azienda non ti piace, cambiala. Inutile sparare giudizi sugli altri e sul sistema, puoi cambiare la tua di vita, non stare a giudicare gli altri. Think out of the box.
 
Caro Anonimo, può darsi che sia vero quello che dici, può darsi che quella donna fosse felice così, ma sostenere che sia uno stereotipo pensare che probabilmente una persona non è felice se vive una vita solitaria mi sembra davvero esagerato. Va bene una certa dose di relativismo, ma l'essere umano normalmente per essere felice ha bisogno di una ricca vita relazionale, e questo a causa di come siamo fatti. Poi naturalmente molte persone possono scegliere strade diverse per tanti motivi, anche se io dubito che queste strade portino a una vera felicità: l'unica parte interessante del film "Into the wild" era proprio la consapevolezza che la "felicità è tale solo se è condivisa".
Ma il punto del post era che in questi casi la vita solitaria non è una libera scelta priva di condizionamenti, ma il risultato di forzature da parte di una organizzazione, che proprio perché fa delle forzature che vanno in contrasto con la realizzazione della felicità della stragrande maggioranza delle persone ha in se qualcosa di deviato.

giovedì 12 giugno 2014

La competitività



Qualche tempo fa ho visto un bel dibattito a Uno Mattina, fra il Professor Bagnai e un professore aziendalista della Luiss.
A un certo punto quest'ultimo tira fuori le solite belle metafore sportive per inneggiare alla competizione e alla necessità di “competitività”. “L’asticella”, quel bel linguaggio vibrante della gara sportiva, quel "vinca il migliore" per incoraggiare la sana competizione e far emergere i più bravi, come la vedono gli economisti alla Zingales.
Solo che, diversamente da quanto avviene alle Olimpiadi, nella vita o in azienda chi non vince la gara non si limita a perdere per poi provare a vincere la volta successiva, ma viene ridotto in miseria,  umiliato o messo ai margini.
E a me questa idea di società come perpetua competizione tra tutti, anche con le migliori regole, ipotesi già di per sé ottimistica e utopica, ricorda tanto una versione appena ritoccata della legge della giungla.